Stamattina, prima di uscire, mi stavo truccando come ogni giorno e mentre stavo dando gli ultimi ritocchi di mascara mi sono guardata allo specchio e mi è spuntata in mente una considerazione apparentemente fuori luogo.

Premetto che sono una ragazza che ama truccarsi e vestirsi in modo appariscente o comunque ricercato, quindi mi piace prendermi il giusto tempo davanti allo specchio. La considerazione che mi è venuta in mente è che anche un’operazione apparentemente banale e ripetitiva come il truccarsi, vestirsi ogni giorno con cura, l’essere sempre in ordine e bene ordinata implica una certa metodologia e soprattutto una buona dose di costanza. 

Ecco la parola che stamattina mi ha colpito: “costanza”.  Alla mente mi sono ritornate tante immagini, tanti episodi di come ero qualche anno fa, di quando ero lontanissima da come sono adesso. E se ora sono come sono, lo devo anche alla costanza. Costanza è anche il mio secondo nome, un nome acquisito. È un mio secondo nome scherzoso, ma la dice lunga su come io sia  adesso.

Per una vita, infatti, sono stata incostante; ero incorreggibile, e se ripenso a quanto sia stata costante nell’incostanza non so se ridere o piangere. Costanza nell’incostanza. Sembra uno scioglilingua, ma è così che stavano le cose, a quel tempo.

Cos’è successo poi? Qual è stata la molla, o una delle molle, che mi hanno spinto a cambiare? Ho pensato una cosa molto semplice: se avevo la capacità di essere incostante nella costanza, potevo essere costante in quello che volevo fare! 

Ma perché ero incostante, per quale motivo non riuscivo mai a portare a termine le cose che facevo?
E cos’era che in realtà non portavo a termine? Qualunque cosa o soltanto le cose che non mi piaceva fare?

Ed è qui che mi si è accesa un’altra lampadina! È vero che l’incostanza è causata dalla noia, ma soprattutto dal dover fare quello che non ci piace fare. Iniziamo col dire che le cose cominciano a piacerci quando sono più familiari, quando il nostro cervello le identifica come conosciute. Tutti noi, almeno una volta,  abbiamo dovuto cambiare cellulare. All’inizio proviamo un senso di frustrazione cercando di capire come farlo funzionare, lamentandoci del fatto che il cellulare che stiamo abbandonando fosse più intuitivo. Più semplice. E la tentazione di metterlo da parte per tornare al vecchio modello è forte! Ma poi, man mano che scopriamo le nuove funzioni, quando impariamo a conoscerlo e ad usarlo, divertendoci anche, ci appare improvvisamente semplicissimo.

Ma torniamo all’incostanza. È una tendenza che possiamo cambiare? Certo, ci possiamo lavorare su. Ma in che modo possiamo essere costanti?

Come raggiungere un traguardo? Senza fretta, ma senza sosta (Goethe)

Se voglio stare bene con me stessa, se voglio sentire i muscoli sodi, se voglio sentire il corpo vivo e scattante, ma non solo per una questione di benessere fisico ma anche perché semplicemente è bello prendersi cura di sé, devo faticare un po’. Bisogna muoversi, bisogna fare esercizio fisico, mangiare con equilibrio ed impegnarsi in tanti altri modi. E quando il nostro cervello sente la parola “impegno”, un po’ inizia ad allarmarsi perché la mente cerca di allontanare ciò che non ci piace, ciò che ci stanca.

Se noi ci focalizziamo, ad esempio, solo sull’atto sportivo in sé, guardandolo così com’è, cioè come un monotono e ripetitivo sollevare e abbassare pesi, pedalare sulla cyclette e così via, saremo tentati di mollare perché ci apparirà noioso e fine a se stesso.

La strategia che posso suggerirti è quella di essere costante e di guardare in prospettiva, di guardare quell’esercizio come il primo passo, il primo gradino di un viaggio che ci porterà verso il benessere. 

E, avendo una meta finale, un obiettivo che ci piace raggiungere, il viaggio sarà molto meno faticoso e lo intraprenderemo di buon grado sopportando tutte le fatiche, le paure e i momenti di sconforto. Con questa prospettiva impareremo un’altra verità: che la fatica è nostra amica, è una nostra alleata.

Voglio raccontarti un’antica favola coreana che fa al caso nostro. Questa storia narra di un uomo tornato a casa da una lontananza durata molti anni. Al suo ritorno, non aveva più attenzioni e premure per la sua giovane moglie che, intristita ed esasperata dalla situazione, decise di chiedere consiglio ad un vecchio saggio.

Il vecchio le disse che avrebbe potuto prepararle una pozione, ma l’ingrediente principale era un pelo dei baffi di una tigre! La donna era terrorizzata… come poteva procurarsi dei baffi di tigre senza rischiare la vita? Su una montagna vicina viveva una tigre feroce e la donna decise che il gioco valeva la candela. Di notte salì in montagna, terrorizzata, e si avvicinò alla tigre per offrirle del cibo. L’animale ignorò la donna quella notte e tutte le notti successive, finché una notte l’animale accettò il cibo. La sposa continuò a salire in montagna ogni notte, la tigre ora le mangiava addirittura dalla mano! E fu dopo qualche tempo che la donna decise di agire e, tremante di paura, strappò un pelo dai baffi della tigre e scappò via, sperando che la tigre non la inseguisse e la uccidesse per quel gesto. La tigre non le fece nulla. La giovane donna portò l’ingrediente al vecchio saggio che, non appena lo prese in mano, lo gettò nel fuoco con un sorriso. La donna urlò arrabbiata per i rischi che aveva corso e chiese spiegazioni. Il vecchio le rispose con calma che un uomo non può essere più pericoloso di una tigre e che con la perseveranza, che lei aveva dimostrato in tutte quelle notti sulla montagna, si può ottenere tutto quello che desideriamo.

Se anche tu hai una tigre da affrontare ma non senti di avere la perseveranza di questa giovane donna, scrivimi pure e ti indicherò le strategie per farlo.

Pin It on Pinterest

Share This
Hai bisogno di una mano?